Giuseppe Corica
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Giuseppe Corica nella foto con il figlio. Storia del suo viaggio. Nella galleria sotto alcune sue lettere e documenti vari.
Nato a Messina nel 1898 si trasferì a Firenze con il padre che faceva il tipografo da Vallecchi editore. Dopo le scuole medie trovò lavoro come fattorino telegrafico.
Allo scoppio della prima guerra mondiale si arruolò nei bersaglieri, e al termine del conflitto il reparto fu dislocato a Porretta dove sposò la donna che gli avrebbe dato cinque figli. Congedato dall’esercito riprese il lavoro al telegrafo di Firenze come impiegato.
Negli anni trenta ebbe la possibilità di partecipare a un corso di allievi ufficiali di complemento, diventando sottotenente e con quel grado venne mandato in Africa. Rientrato a Bologna dopo due anni a causa di una malattia tropicale gli venne riconosciuta l’invalidità e riprese il suo lavoro al telegrafo. Questo impiego non gli impedì di continuare a studiare latino, storia e francese, e coltivare la passione per la Divina Commedia, di cui imparava a memoria interi canti.
Allo scoppio della II guerra mondiale si arruolò con il grado di capitano e fu destinato alla ‘sussistenza’. Da Bologna venne trasferito a Hyères (Mentone) nella Francia meridionale. L’8 settembre del 1943 lo colse che dirigeva le mense ufficiali del comando di corpo d’armata. Mentre i giovani ufficiali si rallegravano per l’armistizio credendo che la guerra fosse finita, il capitano presagiva che il peggio dovesse ancora arrivare. L’indomani il comando fu circondato da un reparto tedesco che chiese la consegna delle armi e prese prigionieri tutti i militari italiani. Un conoscente francese offrì abiti civili e denaro al capitano che rifiutò perché sentiva il dovere di condividere la sorte dei suoi commilitoni.
Su tradotte di carri bestiame destinati ai lager in Germania, iniziò la prigionia che sarebbe durata quasi due anni, in vari campi di concentramento: Lemberg, Wietzendorf, Leopoli, Lipsia.
In uno di questi conobbe anche Giovannino Guareschi che si industriava a redigere un giornalino dei prigionieri. Trascorse questo periodo sopportando fame, malattie e lavorando come operaio. Nei suoi ricordi avrebbe spesso raccontato di liti tra ufficiali superiori che si contendevano bucce di patate ripescate dai rifiuti, ribadendo la convinzione che la prigionia mette a dura prova la dignità dell’uomo. Nelle lettere inviate alla famiglia ricorre ossessivamente la mancanza di notizie da casa, la fame insopportabile e l’attesa estenuante di un pacco di viveri e di sigarette, la preoccupazione di rassicurare nonostante tutto.
Nella primavera del 45 i russi liberarono il lager e nominarono il capitano Corica responsabile della tradotta ferroviaria, ma nel caos di quei giorni anziché dirigersi a ovest il convoglio portò i reduci verso la Russia, in un’odissea del tutto simile a quella che Primo Levi racconterà nel suo libro La Tregua. Al termine della lunga serie di vicissitudini, l’ultimo convoglio che riuscì a prendere arrivò a Bolzano, dove venne ricoverato per un’operazione chirurgica. Quando riprese il viaggio di ritorno andò a cercare la famiglia sfollata a Garlasco, ma per ironia della sorte quello stesso giorno moglie e figli stavano tornando a Bologna, dove infine si sarebbero tutti ricongiunti.
Giuseppe Corica è mancato nel gennaio 1988 a quasi 90 anni.



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