La lampada di Wood
di Maria Trionfi
Mio padre, generale Alberto Trionfi, fu preso a Navarino (Grecia) l’8 settembre 1943, fu portato in Polonia, nel campo di soli generali ed ammiragli, il Lager 64Z, e durante una marcia di trasferimento per l’arrivo delle truppe russe, fu trucidato a Kusnica Zelichovo insieme ai generali Balbo Bertone di Breme, Andreoli, Ferrero, Spatocco.
Il resto della colonna prigionieri, undici generali proseguì e si ricongiunse ad altri prigionieri italiani liberati.
Alcuni dei generali sopravvissuti alla strage, insieme con la Croce Rossa Internazionale, tornarono sul luogo della strage per seppellire degnamente i generali e per raccogliere le loro cose da spedire alla famiglia.
Quando arrivò il pacchetto dal Ministero della Difesa contenente gli occhiali, la piastrina, l’orologio ed i notes su cui mio padre aveva scritto i suoi pensieri ed i suoi sentimenti più profondi fu un momento di grande commozione per noi tre, mia madre, mio fratello ed io.
Cercammo, è inutile dirlo, di leggere quanto vi era scritto senza riuscirci: erano stati circa sei mesi sottoterra e l’inchiostro si era cancellato.
Mia madre cercò in tutti i modi di riuscirci: ricordo che si rivolse perfino ai servizi segreti pensando che potessero avere dei mezzi atti a decifrare anche cose ormai cancellate. Non ci riuscì, la tecnica era ancora piuttosto primitiva.
Negli anni ’90 un figlio di mio fratello, Fabiano Trionfi, mi disse che all’Università aveva visto ed usato la lampada di Wood: lampada con emettitore UV ad onda lunga o corta che è usata in mineralogia, filatelia e per leggere documenti sbiaditi o cancellati.
A quell’epoca io lavoravo per il Ministero degli Affari Esteri ed ero impiegata presso l’Ambasciata di Belgrado in Serbia. Quando venni a Roma in vacanza, con l’aiuto di mio figlio, trovai e comprai tale lampada (all’epoca non era tanto facile trovarla sul mercato) e la portai con me a Belgrado. Cercai subito ovviamente di leggere e di trascrivere il libretto, ma dovetti smettere perché se con una mano tenevo la lampada e con l’altra il libretto, dovevo ogni volta letta una frase poggiare lampada e libretto per poter scrivere sul computer. Attraverso una cara amica che lavorava presso l’Istituto di Cultura italiano in Belgrado, trovai una giovane belgradese laureata in lingua italiana disponibile per un lavoro part time e di breve durata. Così misi Sylvana al computer ed io sulla poltrona accanto con lampada e notes nelle mani, leggevo quanto potevo decifrare dai notes. Ci furono momenti molto intensi, spesso avevo le lacrime agli occhi e quando tutto finì, mi sentii come fossi uscita da una lunga malattia, stanca e come svuotata. Avevo cercato mio padre fin dall’infanzia. In effetti quando ci giunse la notizia della sua morte, non soffrii tanto. La sofferenza è venuta dopo in tante occasioni. Ho sofferto sempre della sua mancanza, del vuoto. Spesso ho detto che vivere senza padre è come nascere senza un braccio. Certo, si vive lo stesso e ci si procura dei sostituti, delle protesi, ma qualche volta il vuoto fa ancora male. Come quando si legge un diario dell’assente.
Maria Trionfi parla del padre Alberto presso l’ANEI di Roma insieme a Stefano Caccialupi.



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