A Itala ed a Sandro da Cholm – Polonia – nel giorno di S. Martino [11 novembre] 1943

Questa sera cerco rifugio in voi, miei tesori, con la ferma speranza di uscire da questo intimo colloquio confortato e sereno, per tirar avanti la mia penosa vita. La giornata di oggi è stata particolarmente dura, per le sofferenze fisiche e spirituali che ci sono state imposte: esposti al freddo per lungo tempo, mal nutriti e poco coperti, abbiamo dovuto ascoltare ancora una volta la volgare parola di un generale venduto, e ci è stato proposto nuovamente il problema dell’opzione, in termini assai severi, con larvate minacce per quelli che non avessero ritenuto doveroso aderire. Superfluo dirvi miei cari, che io non ho considerato neppur questa volta, e nemmeno per un attimo, l’eventualità di optare, non già perché io mi sentissi unicamente legato ad un giuramento [al re], ma unicamente perché io non voglio – io che non ho tradito nessuno – aver a che fare con i tedeschi; mi si consideri unicamente dall’aspetto di ufficiale italiano, ed in questo caso rispondo disciplinatamente. Questo, mia Itala e mio Sandro, il mio pensiero in materia. Un’ora dopo la decisione abbiamo dovuto sgomberare la baracca dove ci eravamo sistemati alla meno peggio, e dopo aver sostato a lungo all’aperto, al freddo intenso, abbiamo potuto trovar asilo alla baracca 16, tra gente fredda in un ambiente freddo, sporco, senza possibilità di sistemazione per questa sera. Il gruppo dei «Cacciatori [delle Alpi]»[2] è stato così smembrato, con profondo dolore per tutti. Con me sono Concutelli Mattioli e Pardini, anch’essi molto depressi. Ma non solo le angustie di oggi hanno determinato in me questa crisi di sconforto; bensì tutta la somma infinita di privazioni, di stenti, di contrarietà accumulate nell’animo in oltre due mesi di vita tra i reticolati. Sofferenze di ordine spirituale in primo luogo, quali l’essere considerati traditori, noi che fummo i primi traditi, il non aver notizie dei nostri cari, il sapere la Patria piombata nella rovina dopo tanti sacrifici e tante speranze. Poi le imposizioni di ordine materiale, nelle quali il tedesco rivela tutta la durezza del proprio animo, e il rosario interminabile di «miserie» procurate da noi stessi, forse appunto perché a noi è negata la sorte di considerarci alla stregua dei prigionieri normali, e siamo tormentati e ci tormentiamo fino all’esasperazione, per questioni le più varie e futili, che non voglio dirvi e che io stesso vorrei poter dimenticare.

Pompilio Aste

Il capitano d’artiglieria Aste (Staineri di Vallarsa, 1908-Rovereto, 1985), già profugo in Austria nella prima guerra mondiale e Segretario del Fascio di Bolzano, volontario, l’8 settembre 1943 è a Lubiana (Slovenia) e viene internato a Thorn, Częstochowa, Cholm (Polonia) e Wietzendorf (Germania).

Brano tratto da “Gli internati militari italiani” Palmieri e Avagliano, Einaudi 2009.