8 settembre 1943

Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario

Una storia in viaggio!

“Il viaggio in macchina è stato meno pesante del previsto, abbiamo chiacchierato a lungo…” con queste parole cominciava il diario di viaggio, che un anno fa abbiamo intrapreso sulle tracce di Gioacchino Virga, Vittorio Vialli, e di tutti gli IMI (Internati Militari Italiani a cui è dedicato questo sito). Che abbiamo raccontato su questo blog. Nel sito unastoriainviaggio.org potete riviverlo sfogliando i nostri taccuini dei disegni, delle foto, dei video, e dei nostri pensieri. Buon 25 aprile. Mario, Silvana, Gisella, Bruno, Marco.

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Nino Romano

Nella copertina del libro il documento di identità per i prigionieri italiani, realizzato dai nazisti.

Nella copertina del libro il documento di identità per i prigionieri italiani.

Nino Romano è nato a Palermo il 12 aprile 1922  e morto il 15 febbraio 2009. Questa è “UNA STORIA COME TANTE (di una gioventù cancellata dalla guerra)”. Questo è il titolo di un libro che raccoglie la vicenda di Nino Romano anch’egli Internato Militare Italiano, di seguito una breve introduzione.
“Provate a immaginare di avere diciannove o vent’anni, di sognare ancora a occhi aperti le cose belle che desiderate ardentemente si realizzino nel corso della vostra vita, piccole grandi cose : una casa, un lavoro, magari di sposarvi con la bella ragazza che avete conociuto ieri alla festa e di cui vi siete già segretamente innamorati. Provate a immaginare poi una notizia sui giornali : la guerra, e poi una lettera, la partenza con un treno accompagnato da una grottesca fanfara militare, la trincea, lo scoppio di una bomba, l’amico con cui avete parlato un attimo prima dilaniato per terra, il nemico e voi stesso che, di lì a poco, rischiate di fare la stessa fine; tutto questo vi sta accadendo a soli diciannove anni, senza sapere come e perché, tutto questo è accaduto e accade ancora oggi a milioni di ragazzi, ragazze, bambini e bambine in diverse parti del mondo!
Una angosciante e angosciosa realtà vissuta pure da Nino Romano, appassionato autore di un libro di memorie che ripercorrono la vicenda di un giovane contadino palermitano, dalla chiamata alle armi avvenuta il 17 Settembre del 1941 alla detenzione nel lager nazista di Groditz, vicino alla cittadina di Grossenhain (Dresda), fino alla liberazione ad opera dei russi e al ritorno a casa nell’autunno del 1946.
Dopo le note vicende storiche conseguenti alla caduta del fascismo, avvenuta il 25 Luglio 1943, e alla rottura dell’alleanza con la Germania, le unità militari tedesche disarmarono in poche settimane le 18 divisioni italiane che si trovavano nell’Italia del nord e le 38 divisioni che erano ripartite tra l’Italia del nord e i Balcani, dove si trovava Nino Romano.
I soldati italiani che non passarono dalla parte dei nazisti, praticamente la maggioranza, quando non riuscirono a scappare, furono deportati in Germania dove vennero internati come prigionieri di guerra. Essi furono, secondo lo storico Renzo De Felice, più di 800.000. I nostri militari lì subirono ogni sorta di umiliazione: vennero disprezzati dai tedeschi in quanto considerati “traditori”, malnutriti, spesso bastonati e sottoposti a pesantissimi e massacranti turni di lavoro. Già nella primavera del 1944 circa un quarto degli I.M.I. (internati militari italiani) era morto per denutrizione!
Questo quadro riteniamo sia sufficiente a delineare, anche se per sommi capi, il dramma vissuto da questi ragazzi.
Al loro ritorno molti preferirono il silenzio, forse per rimuovere o esorcizzare quanto gli era accaduto, altri si arresero all’indifferenza di tanta gente che voleva solo dimenticare al più presto il terribile ricordo della guerra, altri ancora, e furono alcune centinaia, decisero, come Nino Romano, di raccontare nelle forme più svariate la loro vicenda, attraverso gior-
nali, documentari televisivi e cinematografici, canzoni etc. Tra questi alcuni nomi anche illustri come quelli di Giovanni Guareschi o Giovanni Ansaldo. Nino Romano concludeva le sue memorie chiedendosi se lo Stato, da cui non aveva avuto niente, non gli dovesse qualcosa per i cinque anni di guerra e prigionia a causa dei quali il suo fisico aveva risentito permanentemente delle privazioni e delle sofferenze subite. Egli è morto all’età di 86 anni con questo rammarico!
Solo il 27 Gennaio 2011, a distanza di quasi due anni dalla morte, nel corso delle celebrazioni relative alla “giornata della memoria”, è stata consegnata alla vedova una “medaglia d’onore”, recentemente istituita dallo Stato con colpevole ritardo in ricordo di tutti gli ex Internati Militari Italiani in Germania della seconda guerra mondiale.”

Bottignole Giovanni

Nato a Fonzaso (BL) il 15 febbraio del 1923, si arruolò volontario al CREM il 22 gennaio del 1940. Servizio di Leva presso la Brigata Alpina Julia, 7° Reggimento Battaglione Feltre con il grado di Caporale Maggiore.

Fu internato il 9 settembre del 1943 a Chiusa D’Isarco, il giorno successivo alla dichiarazione di armistizio tra l’Italia e gli alleati. Gli fu assegnata la matricola di IMI n° 160964. I lager dove venne tenuto prigioniero furono lo STALAG K.d.0.387, poi lo STALAG K.d.0.1304 e infine lo STALAG K.d.0.1551.

Venne liberato insieme agli altri prigionieri il 9 luglio del 1945 e rimpatriato il 21 agosto del 1945. Con se aveva il passaporto tedesco da Internato n° 29340 del 10 febbraio 1945. Da una sua lettera leggiamo “Mamma cara prima cosa voglio rassicurarti sul mio ottimo stato di salute, dico ottimo perché sto proprio bene, lavoro in una fabbrica assieme a tantissimi altri prigionieri come me (…) Mamma mia voglio che tu non ti preoccupi per me, sto bene (riga quasi vuota) sono al sicuro e come mangiare non c’è da lamentarsi, non posso spiegarvi di più”.

Una piccola galleria di lettere originali.



Incontro annuale dei familiari dei deportati

Riportiamo di questo incontro che si terrà a Milano domani 7 novembre. Incontro che si tiene già da diversi anni. Quest’anno verrà presentato un volume che raccoglie diversi interventi, tra questi anche quello di Marco Ficarra che ha presentato il suo libro a fumetti, Stalag XB, sulla storia dello zio deportato nei lager nazisti perché militare. Qui potete leggere altri particolari.

Angelo C. il blog

Nel 2009 sono entrato in possesso di alcune lettere e fotografie, provenienti dalla corrispondenza di un soldato coinvolto nei fatti della seconda guerra mondiale. Angelo C. nato il 28 Agosto del 1909.

Le pubblicherò periodicamente rispettando le date di spedizione originali.

La prima di esse porta la data del 28 Maggio 1943, verrà quindi da me pubblicata in data 28 Maggio 2010, 67 anni dopo la sua stesura. Non rivelo ora il contenuto delle lettere che seguiranno e neppure il loro numero totale.

Metto per ora a disposizione un testamento redatto di suo pugno da Angelo C. nel 1941, documento scritto probabilmente in previsione della partenza per la guerra.
Il nome del protagonista ed i nomi dei suoi familiari sono stati da me oscurati, così come la sua città di nascita.

Con questo testo si apre il blog ANGELO C. creato da Stefano Guerrini.

Vittorio Maldonato

fotoQuesta è la storia di Vittorio Maldonato sopravvissuto al naufragio della nave Diocleziano, bombardata dai tedeschi, che tentava di portare in Italia oltre 1500 militari da Spalato.

Nato a Sala Consilina il 9 giugno 1916. Militare a Livorno  Bagni di Casciana dal 15 novembre 1941 al 15 febbraio 1942 battaglione istruzione sergenti universitari Arezzo Scuola Allievi Ufficiali dal 1/3/42 al 15/7 /42. Partenza per la guerra 22/8/42 prima nomina Sacile Il 23/11/1942 viene mandato in Albania a Valona;inviato in licenza (15 giorni + 6 di viaggio)il 7/7/1943.

L’8 /7/ 1943 arriva a Durazzo,il 13/7/1943 imbarco e arrivo a Fiume il 19/7/43 (la nave viaggiava solo di giorno);da Fiume va  a Grado il 20 luglio e qui in contumacia per alcuni giorni. Finalmente il 5 agosto 1943 arriva ad Alessandria dal fratello e vi resta sino al 2 settembre 43 (aveva avuto altri dieci giorni di licenza straordinaria) .Ritorna  a Fiume  il giorno 8 settembre e  si imbarca  il pomeriggio per rientrare al reparto 313° Btg.Costiero di Valona (Albania);arrivato a Spalato il 9 settembre è rimasto al Comando tappa sino al 23/9/1943 poichè la nave non poteva  più proseguire (a Spalato vi erano dovunque bandi che invitavano ad andare con Graziani).

La sera dell’otto settembre a Fiume i tedeschi avevano rastrellato tutti i militari italiani.

Il 23 settembre del 43 si imbarca sul piroscafo Diocleziano per rientrare a  Bari (sulla nave circa 1500 soldati )che parte alle ore 24.

Alle ore 7 della mattina del 24 la nave viene colpita dai tedeschi:moltissimi soldati muiono nella stiva… panico a bordo.

Naufragio all’isola di Busi ove resta sino al 28 quando un peschereccio italiano raccoglie i naufraghi  per portarli a Bari ove arrivano la notte del 30;qui la mattina del 1/10/43 vengono portati con ambulanze americane a Brindisi dove resta sino al 15 dicembre data in cui parte in licenza per Agrigento e vi rimane sino al 20 gennaio

1944.Rientrato a Brindisi il 2/2/1944 viene posto in licenza per 6 mesi senza assegni per motivi di studio(sostiene 4 esami universitari :statistica,geografia economica,storia economica e diritto commerciale presso la facoltà di Economia e Commercio a Palermo).

Il 14 agosto 1944 rientra al battaglione a Brindisi per essere posto in congedo definitivo il 30 dello stesso mese.

Nella galleria di immagini trovate la richiesta da parte del Ministero della Difesa di informazioni sul comportamento tenuto dagli ufficiali l’8 settembre 1943. La risposta di Vittorio Maldonato e un’immagine di un giornale militare dell’epoca.

Guarda la gallery

Gefangenennumer 303042

GGaggio
Questa è la storia documentata e dettagliata di Giorgio Gaggio militare italiano deportato nei lager nazisti, ne abbiamo già pubblicato una breve biografia. Questo documento, scritto dal nipote che si chiama anch’egli Giorgio Gaggio, dimostra la crescente attenzione alla drammatica vicenda dei militari italiani internati (IMI).
scarica il file in pdf (6,88 MB)

Giorgio Gaggio

Giorgio GaggioGiorgio Gaggio, nato a Murano (Venezia) il 17 agosto 1923, ultimo di  quattro fratelli. Fabbro alle dipendenze dell’ “Officina Leonida Buccella”, dall’ottobre del ’37 fino al 5 gennaio del 1943. Giorgio crebbe  e si formò durante la cosiddetta “era fascista”. Sfogliando il suo libro di terza elementare ci si può soffermare sulle pagine che descrivono la casa del Duce, Porta Pia 1922, la marcia su Roma, la Conciliazione….

La sorella Delia, operaia presso la Società Veneziana Conterie e  Cristallerie,  ricorda le pressioni che subiva da parte del suo caporeparto, un gerarca locale, affinché il fratello si presentasse, al sabato pomeriggio, ai raduni pre militari tipici del regime fascista. Qui i giovani erano obbligati a praticare attività sportive, maneggiare il moschetto, lanciarsi nei cerchi di fuoco, partecipare a riunioni inquadrate nelle attività di partito per  mantenersi in forma e dare sfoggio delle proprie abilità. Ma Giorgio odiava partecipare a quelle pagliacciate – come diceva il fratello Mario – e trascorreva il tempo libero diversamente.

Gli anni passarono e Giorgio, come tutti i giovani di quel tempo, fu chiamato alle armi.  Si presentò alla visita di leva, presso il distretto militare di Venezia, il 23 febbraio del ’42 e venne lasciato in congedo illimitato. Fu  richiamato alle armi il 9 gennaio del 1943. Assegnato al V°Reggimento Autieri di Cervignano del Friuli. Prestò giuramento il 14 marzo del 1943. Il 31 agosto dello stesso anno venne trasferito al 50° Autoraggruppamento  di Trento. Il 7 settembre scriveva ai familiari:

” Nel mentre vi scrivo mi trovo al cimitero ove sto lavorando per dare sepoltura alle vittime dell’incursione. Non so quanto resterò qui a Trento potrebbe trattarsi anche di giorni […]. Poi rassicura se stesso e i familiari: “ non preoccupatevi perché io non mi preoccupo per niente prendo tutto alla leggera”.

Giorgio fu catturato, qualche giorno dopo l’8 settembre, e condotto in Germania. Dall’analisi dei biglietti postali, spediti alla famiglia, e da altra documentazione si è potuto risalire ai luoghi dove il giovane ha trascorso la prigionia e dove ha trovato la morte. Dopo la cattura la famiglia non ebbe più notizie. Passarono dei mesi fino a  quando giunse un biglietto postale datato 1 gennaio del 1944. Proveniva dal campo di smistamento per prigionieri di guerra Stammlager III B, nei pressi di Furstemberg, posto sotto il comando del Distretto Militare III con sede a Berlino: Giorgio si trovava in quel lager. Qualche mese dopo fu trasferito temporaneamente nello Stalag IV B – Muhlberg, Distretto militare IV con sede del comando presso Dresda. Definitivamente nel mese di giugno del 1944 fu assegnato allo Stalag VIII B – Teschen ora territorio polacco.

Nell’inverso del 1944 assieme ad altri italiani Giorgio venne distaccato ad Oppeln (attualmente Opole) nella frazione di Salzbrumm con il compito di tagliare i boschi.  I russi, dopo aver sfondato il fronte polacco, da alcuni giorni avevano occupato la piazza principale del paese. Secondo la testimonianza di Bernardo Torrisi, un compagno di prigionia, Giorgio fu ucciso il 23 gennaio 1945 da un soldato russo che gli sparò e lo colpì alla fronte.

“a richiesta di uno dei soldati russi, disse di essere italiano e solo per questo motivo venne accompagnato nel bosco dove lavoravamo e ucciso assieme ad un altro compagno, di cui non ricordo più il nome.”[…] vennero seppelliti da alcune donne della zona nei pressi del luogo dell’uccisione

Giorgio. Anche lui, come tutti i prigionieri, dopo aver sopportato la fame, le umiliazioni, la degenerazione umana, le malattie aspettava con entusiasmo, speranza, forza di vivere la fine della guerra; ma il tragico destino ha voluto che colui che doveva essere il liberatore si trasformasse in un carnefice. Eppure Giorgio nonostante le continue  minacce e l’incessante propaganda non si era arruolato nelle SS e aveva rifiutato di militare nell’esercito della Repubblica Sociale.

Aveva resistito

29 aprile a Sandbostel


Questo è il video dell’ultimo giorno del nostro
viaggio, il 29 aprile abbiamo visitato lo Stalag XB. Le baracche
vuote, ci lasciano immaginare la vita che è trascorsa in quei duri
anni di prigionia. Abbiamo calpestato gli stessi passi di Vittorio,
Gioacchino, Claudio, Riccardo e di tanti altri prigionieri che da lì
sono passati. Ci è sembrato di chiudere un cerchio di emozioni per
riaprirne un altro di lucida memoria. La memoria che si deve mantenere
viva di quella storia di resistenza nei lager nazisti. Nei giorni
successivi al nostro rientro dalla Germania abbiamo raccolto l’invito
a continuare a raccontare questa storia e lo facciamo attraverso le
biografie di altri giovani militari che condivisero l’esperienza
dell’internamento, come quella di Enrico Bazzoffi. Questo sito vuole
essere un punto di incontro per tutti coloro che hanno in comune la
voglia di raccontare questa storia dimenticata. Un pensiero va ad
Anna, la sorella di Gioacchino Virga che ci ha lasciati qualche giorno
fa.

Enrico Bazzoffi



fotoDiario

Enrico Bazzoffi, nato a Roma il 26 agosto 1918, fu deportato dai tedeschi il giorno 12 settembre 1943, mentre si trovava a Gradisca col suo reparto di Radiotelegrafisti dell’Esercito Italiano, del quale era ufficiale. Grazie ad una sua lettera manoscritta, che poté conservare durante la prigionia, abbiamo memoria dei quattro giorni da lui trascorsi dall’armistizio dell’8 settembre 1943 alla deportazione. In seguito abbiamo appreso dei suoi  anni passati nei campi per i prigionieri di guerra (Stammlager o, abbreviato, Stalag) in Germania e in Polonia grazie alle lettere che scriveva in risposta alla sua fidanzata, poi sposa, Albertina Torricelli, a Firenze e ai genitori, sfollati a Fiuggi.

Il 12 settembre Enrico scriveva:

[…] L’attendente che prima di me si era levato mi avvisò che alle prime luci era corsa voce che il Generale Danioni sarebbe arrivato ed avrebbe firmato i congedi!!! Alle nove precise arrivarono invece i carri armati dei tedeschi dodici dei quali, piazzata una mitragliatrice sull’ingresso della caserma, ci intimarono di deporre le armi. Fu un momento di disorientamento. Obbedimmo anche se mal volentieri perché non si sarebbe evitata una carneficina altrimenti. Le armi vennero deposte. I tedeschi ci promisero che dopo averci portato a Trieste saremmo stati congedati, non si poteva quindi per nessun motivo uscire di caserma. Occuparono il deposito munizioni ed il magazzino viveri fatto un controllo degli uomini del reparto ci accorgemmo che appena 83 erano presenti. Gli altri rimasero chissà dove lungo la via ed in quali condizioni. […] Il pomeriggio trascorse tra una voce e l’altra, si parlava di congedi, di partenze, intanto i tedeschi non si mostravano affatto buon intenzionati, viceversa aumentarono le armi e gli uomini. […] Alle 18 viene improvvisamente l’ordine di partenza, i tedeschi ci avrebbero scortato fino a Trieste dove avremmo avuto il congedo!  Il nostro cuore si rallegrò molto e la gioia c’invase. Miei cari penso che al massimo giovedì sarò da voi;  riproverò il caldo del vostro amplesso ed il palpito del vostro cuore. Albertina mia, certamente passerò prima da te e mi intratterrò con te! Tutto quello che non ci siamo potuto dire per lettera ce lo diremo a voce.

Queste le ultime parole della lettera. In realtà, dal 12 settembre 1943 al momento in cui Enrico parlò nuovamente a voce con i suoi cari passarono quasi due anni.

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