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	<title>8 settembre 1943 &#187; Vittorio Vialli</title>
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	<description>IMI Internati Militari Italiani, con questa sigla comincia l&#039;odissea di oltre 700.000 soldati italiani dopo l&#039;8 settembre 1943.</description>
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		<title>Riflessioni dei figli Silvana e Bruno e alcuni amici di Vittorio Vialli</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Oct 2012 17:20:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Bruno Vialli]]></category>
		<category><![CDATA[Silvana Vialli]]></category>
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		<description><![CDATA[Affermerà poi, citando lo sterminio degli ebrei e degli zingari e di innumerevoli altri innocenti, ricordando i 67.000 prigionieri italiani in Unione Sovietica, dei quali sono ritornati solo 11.000, le...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_64" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.8settembre1943.info/main/wp-content/uploads/2012/10/viallieSilv.jpg"><img class="size-medium wp-image-64" title="" src="http://www.8settembre1943.info/main/wp-content/uploads/2012/10/viallieSilv-300x226.jpg" alt="" width="300" height="226" /></a><p class="wp-caption-text">Vittorio Vialli e la figlia Silvana</p></div>
<p>Affermerà poi, citando lo sterminio degli ebrei e degli zingari e di innumerevoli altri innocenti, ricordando i 67.000 prigionieri italiani in Unione Sovietica, dei quali sono ritornati solo 11.000, le detenzioni in Africa, in India:</p>
<p><em>&#8230;Questo, e ovviamente non solo questo, ha inevitabilmente ridimensionato nel cuore degli ex I.M.I. le prime valutazioni fatte della propria vicenda&#8230; ce ne sono state di ben più tragiche, purtroppo. Ma pur non essendo stata la più dura, essa rimane non di meno un capitolo molto triste da iscrivere nella storia contemporanea. Una vicenda da non dimenticare non per sollecitare o rinfocolare l’odio, sia chiaro, ma per fare umanamente comprendere, a chi dall’esperienza altrui vuole imparare qualcosa, i guai che possono nascere dall’intolleranza, dal fanatismo e dalla smodata demagogia. Speriamo bene&#8230; </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Modeste parole non dissimili a quelle che <strong>Giorgio Perlasca</strong> pronunciò a commento della sua incredibile vicenda. E anche la storia di Vialli, come quella di Perlasca, fu ignorata per tanti anni, come del resto successe anche a quella di <strong>Alessandro Natta</strong>, catturato a Cefalonia e prigioniero anche lui a Sandbostel. Natta solo negli anni ‘80 riuscì a pubblicare il suo bellissimo libro sullo stesso argomento: “<em>L’altra resistenza</em>”. Il giornalista <strong>Enrico Deaglio</strong>, in un articolo su Repubblica commenta: <em>&#8230;quante storie si possono ancora raccontare; quanto poco sappiamo della nostra storia, di quella che hanno vissuto i nostri genitori e i nostri nonni. È veramente uno strano luogo l’Italia, sospesa in una memoria non memoria&#8230;</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Noi figli, incontrando negli anni dopo la sua scomparsa, colleghi e soprattutto ex studenti di nostro padre, abbiamo con gioia imparato a conoscerlo ancora più a fondo attraverso i loro ricordi.</p>
<p>La sua attività presentava essenzialmente tre aspetti strettamente legati tra loro: uno museologico, iniziato a Milano con la ricostruzione del Museo Civico, completamente bombardato durante la guerra, e continuato a Bologna, uno di ricerca scientifica pura che lo ha sempre appassionato, e uno di carattere puramente didattico. <em>&#8230;Vialli, fino a che lo hanno sorretto le forze, ha sempre insegnato con piacere, con impegno e con passione. Aveva facilità di parola, proprietà di linguaggio. Come nello scrivere era estremamente chiaro nell’esporre, in questo aiutato dalla sua particolare capacità di disegnare. Era capace di trovare frasi semplici ed efficaci ed esempi e paragoni a volta divertenti, sì da rendere con immediatezza comprensibili i concetti. Ne nasceva, nel corso dell’esposizione, un equilibrio tra il momento di concentrazione e di massimo impegno per l’uditorio e il momento di rilassamento mentale, con il risultato di non rendere mai “pesante” la lezione e quindi sempre “digeribili” gli argomenti. Tutto ciò era facilitato dal suo atteggiamento, mai imperioso, ma bensì cordiale, sorridente. Vialli conosceva l’arte dell’insegnare, era istintivamente un attore nel momento della lezione. C’è un rapporto tra l’attività didattica e quella museologica di Vialli. In entrambi i casi c’era il gusto di far apprendere, c’era il desiderio di porgere agli altri le proprie conoscenze, c’era lo sforzo di divulgare la scienza. Ecco perché Vialli era perfettamente consapevole che l’insegnare ha come finalità prima non tanto la verifica delle conoscenze da parte del docente, quanto l’apprendimento da parte dello studente. Il comportamento di Vialli didatta era tale quindi da creare un felice rapporto con gli studenti; rapporto che impegnava fra l’altro gli allievi (almeno i più sensibili) a non deludere negli studi il professore; rapporto felice dovuto anche al fatto che Vialli, come tutte le persone ricche di umanità, aveva simpatia per i giovani e quindi per gli studenti&#8230; </em>(Samuele Sartoni, Ricordo di Vittorio Vialli, 1983)</p>
<p>Ricordiamo con tenerezza che lui, da buon naturalista molto amante degli animali, portava spesso a lezione e anche agli esami la sua amatissima Alice, bassottina nero focata che serviva a creare un’atmosfera rilassata e familiare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un’altra testimonianza di un ex studente ora professore: <em>&#8230;Credo che tutti coloro che hanno vissuto, studiato e lavorato nell’Istituto di Geologia e Paleontologia di Bologna dal 1970 al 1980 debbano molto, ma veramente molto a Vialli Direttore: per aver lasciato esprimere a ognuno le sue idee e le sue potenzialità di ricercatore, per non aver formato un suo clan, per non aver incoraggiato, anzi appianato dispute e contese personali e di gruppi, per non aver mai umiliato la dignità di qualcuno, dal collega al bidello, per aver sempre lasciato un dialogo aperto con gli studenti&#8230; Se qui rimpiango per primo l’uomo è per sottolineare da allievo di fronte a parenti, amici e colleghi più anziani, la più vera lezione che sento di aver ricevuto sul piano dell’etica professionale e dell’etica senza aggettivi&#8230;</em> (Franco Ricci Lucchi, settembre 1983)</p>
<p>&nbsp;</p>
<div id="attachment_66" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.8settembre1943.info/main/wp-content/uploads/2012/10/vialli_Nruno.jpg"><img class="size-medium wp-image-66" title="" src="http://www.8settembre1943.info/main/wp-content/uploads/2012/10/vialli_Nruno-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" /></a><p class="wp-caption-text">Vittorio Vialli e il figlio Bruno</p></div>
<p>E per concludere citiamo un’altra frase che un suo collega alla sua scomparsa scrisse:</p>
<p><em>&#8230;E per comprendere di più Vittorio Vialli è necessario rispondere a una domanda: perché ha scelto la prigionia? Perché coscientemente ha scelto la fame, gli stenti, il freddo, le malattie, il pericolo di morte? Perché ha accettato di subire i soprusi, le prepotenze, le angherie. Perché continuare a resistere pur di fronte alla morte dei cari compagni di prigionia, stroncati da quella vita infernale? È lo stesso Vialli  che risponde a questi interrogativi. </em></p>
<p><em>Egli ci ha lasciato scritto: “è una questione di dignità umana”. Forse questo è uno degli aspetti meno intuiti della personalità di Vialli; probabilmente perché nascosto dal suo sorriso e dal suo comportamento cordiale; probabilmente perché, secondo un comune cliché, il “dignitoso” si sposa solo con il “serioso”. In Vialli invece il senso della dignità era fortissimo ed egli lo ha largamente dimostrato. E guai a toccarlo nella sua dignità; in tal caso chi non aveva capito il suo temperamento si trovava inaspettatamente di fronte a una persona rigida, non conciliante, talvolta aggressiva. Non si doveva mai interpretare la sua disponibilità verso il prossimo come rinunciataria accondiscendenza.</em></p>
<p><em>Questa umana dignità di cui Vialli parla è la chiave che ci permette di conoscere gran parte della sua personalità. Dignità umana è rispetto verso se stessi; da qui discende, per coerenza, quel rispetto verso il prossimo che portava Vialli a vestirsi nei panni del prossimo stesso, a viverne sentimenti e situazioni e quindi a essere comprensivo e generoso, oltre che corretto e leale. Io non ricordo, in più di vent’anni passati accanto a lui un episodio, un momento di prevaricazione o di prepotenza verso il prossimo. E ciò è, fra tutte, la cosa più importante&#8230;</em> (Samuele Sartoni, Ricordo di Vittorio Vialli, maggio 1983)</p>
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		<title>Vittorio Vialli</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Oct 2012 07:07:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biografie]]></category>
		<category><![CDATA[foto]]></category>
		<category><![CDATA[IMI]]></category>
		<category><![CDATA[reportage fotografico]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio Vialli]]></category>

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		<description><![CDATA[Vittorio Vialli nasce a Cles in Val di Non (Trento) il 1° febbraio 1914, quarto di cinque fratelli e una sorella, da Vittorio Vialli, impiegato comunale di Cles, e Maria...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.8settembre1943.info/main/wp-content/uploads/2012/10/vialli.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-56" title="vialli" src="http://www.8settembre1943.info/main/wp-content/uploads/2012/10/vialli-254x300.jpg" alt="" width="254" height="300" /></a>Vittorio Vialli nasce a Cles in Val di Non (Trento) il 1° febbraio 1914, quarto di cinque fratelli e una sorella, da Vittorio Vialli, impiegato comunale di Cles, e Maria Ferrari.<br />
Per permettere ai figli di studiare, la famiglia si trasferisce dopo qualche anno a Trento dove Vittorio frequenta il Liceo Scientifico “Dei Polentoni”.</p>
<p>Nel 1933 si reca a studiare a Pavia (dove suo cugino Maffo Vialli era un luminare dell’Università, titolare della cattedra di Anatomia Comparata). Essendo molto amante della natura, degli animali e delle sue montagne sceglie di studiare Scienze Naturali con la cugina Giulia Vialli, figura importante della sua vita, anche lei futura docente universitaria.</p>
<p>Nel 1937 si laurea e la sua tesi riguarda le amate marmotte del monte Peller.<br />
In seguito lavora come Conservatore al Museo Civico di Storia Naturale di Milano.<br />
Nel 1941, offertosi volontario, è inviato al fronte greco-albanese con il grado di tenente di fanteria.<br />
In Albania combatte in trincea, mentre in Grecia, a Istmia, presso il canale di Corinto, è aggregato alla Marina Militare Italiana come resposabile del funzionamento strategico del canale, in qualità di geologo. È suo compito perlustrare tutti i giorni il territorio circostante.<br />
Documenta inoltre fotograficamente le sponde del canale per monitorarne lo stato di sicurezza.</p>
<p>Il 21 maggio 1941 sposa per procura la diciassettenne Liana Mazzoldi, nata a Zara e figlia di un trentino, conosciuta a Milano, che sarà la compagna della sua vita.</p>
<p>L’8 settembre 1943, a Istmia, viene catturato dai tedeschi e deportato, dopo un penoso viaggio in carro bestiame durato 30 giorni, in vari campi di concentramento in Polonia e in Germania.</p>
<p>Da quel momento a Vialli viene posta una scelta: aderire con una semplice firma alla Repubblica fascista di Salò, e quindi essere rimandato immediatamente in Italia, a combattere gli alleati a fianco dei nazisti, oppure rimanere prigioniero del nemico. Sceglie la seconda ipotesi, come del resto altri circa 650.000 soldati italiani.<br />
Vialli ama la fotografia, per cui ha sempre con sé la sua Zeiss Super Ikonta  con la quale aveva già documentato la quotidianità della guerra in Grecia e in Albania. Per lui fotografare non è soltanto un hobby, ma uno strumento abituale per il suo lavoro scientifico.<br />
Egli sviluppa e stampa da solo per scegliere le sue inquadrature con un taglio personale. È quindi abituato a scrivere attraverso immagini senza bisogno di ricorrere a tante parole.<br />
E anche in questa drammatica occasione riesce a portare la macchina con sé, riuscendo fortunosamente e inconsciamente a nasconderla durante le numerose perquisizioni. In seguito consegnerà la Zeiss, troppo ingombrante, a un militare tedesco della Wermacht che gliela ridarà alla fine della guerra. Vialli d’ora in poi userà un piccola Leika, molto più maneggevole, datagli dal suo fedele amico e complice Vittorio Paccassoni.</p>
<p><a href="http://www.8settembre1943.info/main/wp-content/uploads/2012/10/vialli_Pecassoni.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-58" title="vialli_Pecassoni" src="http://www.8settembre1943.info/main/wp-content/uploads/2012/10/vialli_Pecassoni-300x297.jpg" alt="" width="300" height="297" /></a></p>
<p>Ed è stata questa piccola macchina fargli scattare il desiderio irresistibile di beffare i tedeschi a rischio della propria vita e a dargli la forza di resistere per poter poi raccontare in un diario visivo composto da più di 400 foto, completo, e per questo eccezionale, la sua verità, dal giorno della cattura a quello della liberazione, avvenuta nell’aprile 1945.<br />
Con la macchina nascosta dentro al cappotto o nelle mutande, insieme a un pugno di rullini, smontata e rimontata, finita in un’autoclave per ben due volte, avvolta in stracci, ma sempre riemersa ancora funzionante, Vialli fotografa la vita quotidiana del campo, i suoi carcerieri, il fotografo tedesco che immortala gli internati, gli appelli al gelo, le conferenze, le messe, le lezioni universitarie organizzate dagli ufficiali nelle baracche, le sequenze di un assassinio perpetrato a sangue freddo da una sentinella tedesca, il comandante del lagher, la radio clandestina.<br />
All’inizio del 1945 gli italiani internati rifiutano anche il lavoro agricolo proposto: i tedeschi rispondono riducendo le razioni di cibo agli ufficiali. Avanza la tubercolosi e gli edemi da fame. Il 5 aprile arriva l’ordine di trasferimento solo bagaglio a spalla. Due le destinazioni possibili: Buchenwald o Bergen Belsen, ambedue campi di sterminio. Il trasferimento non avverrà: una divisione corazzata inglese è alle porte di Hannover.</p>
<p>Il 16 aprile 1945 Vialli esce dal campo, fotografa l’avanzata dei carri armati inglesi: l’unica fotografia che risulterà mossa per l’emozione. Documenta i 2.500 morti del cimitero italiano di Fallingbostel, si reca a Bergen Belsen, situato a pochi chilometri di distanza, vede i forni crematori, le fosse comuni. Non ha più il coraggio di scattare, l’unica immagine è quella di una tomba di una quindicenne ebrea italiana che non ce l’ha fatta a sopravvivere alla soluzione finale.<br />
Poco dopo la liberazione, denutrito, pesava infatti 40 Kg, si ammala di pleurite ed è costretto a rimanere nel campo di Bomblitz, trasformato in ospedale militare inglese dove viene curato e trascorre la convalescenza per alcuni mesi. Poi il ritorno in Italia passando per Merano il 30 agosto 1945.<br />
Raggiunge la moglie Liana a Cinisello Balsamo, in provincia di Milano, dove vive sfollata essendo stata bombardata la sua casa in via Cesare Battisti a Milano.<br />
Riprende il lavoro di conservatore al Museo di Storia Naturale, che nel frattempo era stato anch’esso bombardato.<br />
Si occupa della sua rimessa in funzione, allestendo le prime sale didattiche, e attuando importanti scambi di materiali fossili con varie nazioni, per esempio facendo arrivare dagli Stati Uniti uno scheletro completo di dinosauro in cambio di pesci fossili del monte Bolca.</p>
<p>Nel frattempo nel 1947 era nata la figlia Silvana.</p>
<p>Nel 1951 la famiglia si trasferisce a Milano dove nel 1953 nasce il figlio Bruno.</p>
<p>Nel 1957 diventa vicedirettore del Museo.<br />
Nel 1961 vince la neocattedra di Geologia e Paleontologia dell’Università di Bologna.<br />
Si trasferisce con tutta la famiglia nel capoluogo emiliano dove affiancherà la passione per la ricerca a quella dell’insegnamento, distinguendosi con il suo atteggiamento controcorrente e ostile verso la baronia universitaria dai poteri occulti.<br />
Sarà molto amato dagli studenti e stimato dai colleghi.<br />
.<br />
Nel 1965 è il responsabile del recupero e del restauro di uno scheletro completo di balena fossile rinvenuto in val di Zena, nei pressi di Bologna.<br />
Allestisce una sala didattica all’avanguardia, ancora oggi molto attuale e usata dagli studenti, a lui oggi intitolata, presso il Museo Capellini. Attraversa “indenne” le turbolenze studentesche del 1968, comportandosi da uomo giusto e illuminato.<br />
Dal 1970 al 1980 ricopre la carica di direttore di Istituto e anche di direttore del Museo di Paleontologia Capellini.</p>
<p>Nel 1975, la moglie Liana, assieme ai figli Silvana e Bruno, lo spinge a pubblicare il primo libro “Ho scelto la prigionia” contenente una parte delle foto scattate durante la prigionia. (Liana lo aiuterà soprattutto nel difficile e doloroso lavoro di cernita, stampa e ricostruzione delle didascalie in rigoroso ordine cronologico). Per lui è un lavoro faticoso e doloroso. Questo libro viene stampato dalla casa editrice Patron e ha una distribuzione assai limitata.</p>
<p>In questi anni pubblica parecchi articoli e due libri ancora oggi usati dagli studenti: “Geografia” Ed. Patron, Bologna e “Lezioni di paleontologia” Ed. Pitagora, Bologna.</p>
<p>Nel 1979 Vittorio subisce un primo infarto e da allora il suo fisico, ma soprattutto il suo morale vengono compromessi.</p>
<p>Nel 1982 l’ANEI con sede a Roma pubblica un secondo libro “Ho scelto la prigionia” con le stesse foto migliorandone la qualità, ma questo volume addirittura non viene neanche venduto in libreria, ha una bassissima tiratura e un circuito limitato.</p>
<p>Il 5 febbraio 1983 Vittorio Vialli, dopo un secondo infarto, viene colpito da ictus e muore improvvisamente.<br />
Nel 2001 la famiglia dona all’Istituto Storico Parri di Bologna l’intero fondo Vialli, costituito dai negativi originali delle oltre 400 immagini.<br />
Da questo momento le foto incominciano finalmente a circolare seriamente anche in Italia.<br />
In Germania infatti l’interesse degli storici tedeschi è sempre stato in tutti questi anni molto vivo. Il lavoro di Vialli è stato giustamente apprezzato e studiato: sono state fatte mostre, scritto articoli, la famiglia è stata invitata sia a Sandbostel che a Bergen Belsen.</p>
<p>Nel 2005 è uscito il volume “Storia fotografica della prigionia dei militari italiani in Germania” curato da Adolfo Mignemi, Ed. Bollati Boringhieri, Torino, dove viene fatta un analisi storica accuratissima del materiale del Fondo Vialli.</p>
<p>Nel settembre 2007 a Rimini è stata inaugurata una mostra itinerante intitolata “Prigionieri per la libertà” finanziata dalla CISL e curata da Gino Taraborelli che ha destato molto interesse.</p>
<p>Qui tutta la biografia completa con diverse foto e disegni di Vittorio Vialli.<a href="http://www.8settembre1943.info/main/wp-content/uploads/2012/10/vialli_bio.pdf">vialli_bio</a></p>
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